Clorici pensieri grondanti di sodio
Quello in cui l’uralica foresta smette di ardere, quello in cui il bambino chiude gli occhi, tira un profondo respiro e comincia a versare lacrime d’infante, quello in cui l’onda svergognata metafora si infrange sulla rena e cancella le orme, quello in cui il faro sprigiona la sua luce e le ultime barche tornano al porto, quello in cui il gabbiano in picchiata fende i flutti e cattura una preda distratta.
E’ quello l’attimo.
Quello in cui il sole diviene abbastanza debole da condividere il cielo con la luna.
Una goccia del mare vorrebbe sempre vivere negli abissi. L’irrequietudine della superficie la costringe troppo spesso a evaporare e trascendere alle nuvole dove per tirannica condensazione e infida sorte sarà costretta a ricongiungersi al mare. O ancor peggio alla vile terra.
Se albero, fragile canna schiantata da un iperbolico vento. Se roccia, scoglio, vittima predestinata a una millenaria erosione ma pericolosa lama per chi ignora l’equilibrio. Se acqua, volgare pozza sull’asfalto, condannata a infangare un affrettato passante. Se fuoco, unica imperfetta fiammata della testa vermiglia di un fiammifero. Se aria, ultimo pasto di un colerico respiro. Se stella, già esplosa ma ancor ingannevolmente visibile dalla terra. Se nuvola, triste nembo imbevuto di pioggia.
Una stordita realtà assetata di clorici pensieri grondanti di sodio.
